di Giovanni Pianetta
I sentimenti battono l’attualità. Insomma, dopo la parentesi dell’anno scorso che portò sul palco temi impegnati come i malati mentali (Cristicchi) e i picciotti della mafia (Moro), quest’anno la maggioranza dei testi sanremesi, sia tra i Campioni che tra i Giovani, ritorna all’amore o, al massimo, ai disagi dell’anima declinati nelle varie forme. I conti son presto fatti: tra i 20 Campioni, solo cinque (Tiromancino, Tatangelo, Bennato, Frankie Hi-Nrg e L’Aura) parlano di varie tematiche sociali. Gli altri 14 stanno tra l’amore (non a caso la parola più citata nei testi) e le storie personali, mentre Loredana Bertè, schifata dal mondo («casting di comparse di infinite farse della storia/noi siamo il futuro con le pezze al culo») si consola nel sentimento («solo tu, solo tu, solo tu sei»). Non si cambia neppure tra i Giovani, dove tra i 14 testi, dieci virano sui sentimenti e solo quattro (Valerio Sanzotta, Rosario Morisco, La Scelta, Frank Head) si occupano soprattutto della realtà sociale.
CAMPIONI
Il testo più d’impatto è senz’altro quello di Frankie Hi-Nrg, pieno di riferimenti all’attualità: «Mettiamo al bando i vertici politici con tutti i loro complici»; «Troppi furbetti nel nostro quartierino e tutti ci intercettano con il telefonino»; «Visto che la base del sistema è la clientela». Il problema è che lui rappa a una velocità tale da rendere difficoltosa la comprensione dei versi. L’Aura fa la pacifista con la sua «Basta!». Dei Tiromancino e dei licenziamenti in azienda si è già ampiamente parlato. Così come della Tatangelo (o, meglio, di Gigi D’Alessio) che difende i gay in rima baciata («Dimmi che male c’è/se ami un altro come te/l’amore non ha sesso/il brivido è lo stesso»). Di migrazioni ed emigrazioni racconta Eugenio Bennato («I milioni di perdenti della civiltà globale»). Poi si passa dal sentimento reiterato di Minghi («Cammina cammina/divieni via via più vicina») alla disperata solitudine di Fabrizio Moro o Toto Cutugno, dai primi ricordi di gioventù dei Finley all’invito alla speranza di Grignani, dal «che Dio mi fulmini» della toscanaccia Nannini per Giò Di Tonno & Lola Ponce al bilancio di una vita fatto da Little Tony e che invita a non mollare. Bella e originale la telefonata di Max Gazzè (uno dei testi migliori). E poi la paura di Zarrillo che «scivola via/come acqua che sgocciola giù dalle piume». Meno ermetico del solito Pasquale Panella (ultimo autore di Battisti) nel testo passionale per Mietta. Intimista e tenero Tricarico che non ne può più di rogne e vuole una vita serena.
GIOVANI
Nell’insieme, i testi dei Giovani spesso si rivelano meno ripetitivi nelle strofe e più costruiti «a storia» di quelli dei Campioni. La società multiculturale e multietnica è presente nei versi di «Il nostro tempo» (non a caso) de La Scelta («E mi sento un africano metropolitano/la mia casa è un altopiano al centro di Milano»). Così come la critica all’uomo massificato dei Frank Head («Lavori tutto il giorno/ritorni e guardi i siti porno»). Anche i nostri soldati in missione in Oriente approdano al Festival in «Signorsì» di Rosario Morisco («Dormire senza sentire le bombe cadere»). E poi nelle rime baciate in «Novecento» di Valerio Sanzotta, un compendio a filastrocca della storia moderna d’Italia, dal Dopoguerra al Lingotto di Torino, Piazza Fontana, Guido Rossa, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Ma per il resto, anche tra i Giovani tanto amore e sentimenti: dal ritratto delicato e tenerissimo di Andrea Bonomo per sua madre «Anna» al gioco di versi ironico, surreale, un po’ alla Jannacci, di Giua che scrive una delle cose migliori. Scritta bene anche «Ho bisogno di sentirmi dire ti voglio bene» del 17enne Jacopo Troiani.
MUSICHE
I brani in gara dei Campioni non si allontanano da uno schema dove è la melodia a prevalere. In fondo, onore al merito, l’unico pezzo rock è quello della Bertè. E naturalmente il rap di Frankie che parte con un fischio alla Morricone per inserire poi le trombe messicane dei mariachi con quel ritornello «Qui si fa la rivoluzione» che tutti canteranno. Se c’è una tendenza che quest’anno prevale è però l’intro (cioè l’attacco) di piano. Che sia acustico, elettrico o ritmato, tendete l’orecchio e vi accorgerete che la maggioranza dei brani inizia su note di pianoforte (Zarrillo, L’Aura, Mietta, Moro, Tricarico, Tiromancino, Tatangelo, Finley, Cammariere, Meneguzzi). Forse un po’ più di fantasia da parte degli arrangiatori non avrebbe guastato. Il pezzo più sghembo l’ha costruito Max Gazzè con un attacco di batteria sullo sfondo del suono di una cornetta del telefono. Chitarre a tutto andare per Mario Venuti e anche per Grignani e la Bertè. Molti archi per Minghi e anche dei fiati barocchi, ma su giri armonici essenziali, puliti. Teatrale la «Colpo di fulmine» di Giò Di Tonno & Lola Ponce. Passionale e drammatica Mietta. Sentimentale Zarrillo. Pop folk L’Aura. Molto d’atmosfera, intensa e suggestiva nel suo crescendo la canzone di Fabrizio Moro. Costruito molto bene, orecchiabile ma non banale il brano di Tricarico. Fischiettabile quello di Little Tony. Meno coraggiosi del previsto nella loro ballata i Finley. Classici sanremesi: Cutugno, Tatangelo, Meneguzzi. Etnico Bennato. Eterei i Tiromancino. Delicato, tra swing e bossa, Cammariere.
CURIOSITA'
È l’anno dell’amore gay: lo difende la Tatangelo ma lo canta anche, in versione lesbica e poetica, la Giovane Valeria Vaglio (però il tema lo aveva già portato al Festival nel ’96 Federico Salvatore con «Sulla porta», senza contare «Gli amori diversi» del duo Casale-De Michele, terza nel ’93). Tra i Giovani, si presenta Mogol, con il testo scritto per il figlio Francesco Rapetti. E, a proposito di licenziamenti (leggi Tiromancino), ma nessuno ricorda più che solo l’anno scorso ne parlava già Fabio Concato in «Oltre il giardino»?
Autore Redazione


L'amore è sempre stato il tema centrale di Sanremo.
Viva l'amore!